Entro tre mesi un’assemblea per le regole delle primarie

A Perugia ho voluto segnalare due punti alla riflessione comune nel Partito Democratico.
Il primo riguarda gli investimenti. Il governo sta facendo molte cose, ma almeno su un punto è decisivo che si faccia di più e meglio, perché ha diviso risorse in diversi interventi, mentre sarebbe stato più produttivo concentrarli su alcuni obiettivi decisivi, in particolare sugli investimenti.
Dopo la durissima crisi che abbiamo vissuto il flusso degli investimenti in Italia è calato del 25 per cento. Nel 2015 abbiamo avuto un’inversione di tendenza nella crescita del Pil, dell’occupazione, degli investimenti. E’ positivo, ma gli investimenti sono cresciuti solo dello 0,8 per cento. Di questo passo ci vorranno 30 anni per tornare al livello precedente la crisi. Ma senza investimenti non c’è crescita, né occupazione sufficiente e nemmeno una spinta alla produttività, che è il problema di fondo dell’economia italiana.
In questi giorni il presidente della Bce, Mario Draghi, ha fatto alcune scelte importanti. Oggi sappiamo che avremo molta liquidità a disposizione. Ma se queste spinte e questi sostegno non si tradurranno in investimenti non ci saranno i risultati sperati. Noi abbiamo dunque la necessità di concentrare le risorse in investimenti pubblici e privati. In ricerca e innovazione, in infrastrutture materiali, infrastrutture digitali, ma anche che vi sia un filone di investimenti nel welfare, segnatamente in formazione, scuola, università, oltre che in Sanità.
Questa è la mia critica. Perché va bene che siamo tornati in positivo. Ma non si è fatto quello che si sarebbe dovuto fare per ripartire e ciò ha avuto conseguenze. Basti pensare al Mezzogiorno. Si è tenuta una direzione, è stato annunciato un masterplan, ma poi non è accaduto nulla. Gli investimenti sono mancati. E come pensiamo di affrontare con questo livello di infrastrutture materiali e digitali i cambiamenti della cosiddetta IV rivoluzione industriale, dello sviluppo sostenibile?
E come si può pensare di affrontare il tema della produttività con un intervento legislativo senza coinvolgere le organizzazioni che rappresentano i lavoratori e le imprese? Non basta una legge.
Il secondo punto riguarda le primarie. Quanto è successo nel bene a Milano, così e così a Roma, quel che è successo nel male a Napoli, non è responsabilità della sinistra del Pd. Anzi, se si fosse ascoltata la voce della minoranza sul non fare le primarie in quei seggi o sull’opportunità di prevedere il pagamento di un euro, forse non saremmo a questo punto. Se siamo arrivati a quei problemi è perché non si è voluta ascoltare la voce di saggezza venuta dalla minoranza. E’ mancata l’umiltà dell’ascolto.
Finiamola dunque con questo balletto. Entro tre mesi si riunisca l’assemblea nazionale del partito e riformi il sistema di funzionamento delle primarie. Cosa si aspetta ancora? Che cosa dobbiamo aspettarci di più? Che cosa fare è chiaro. Primo: il programma e il perimetro delle alleanze non devono essere decise dal candidato ma dal partito. Secondo: fissiamo procedure inattaccabili, a cominciare dall’albo degli elettori. Dopo questo, la domanda maliziosa che ci viene fatta è: ‘cosa fate dopo le primarie?’. La risposta è scontata: sosteniamo i vincitori delle primarie. Ma la domanda che si deve fare è cosa facciamo in quei territori in cui si sono verificati quei fatti? Se si perde non si può poi limitare tutto a un commissariamento lunghissimo, ma va restituita la parola ai nostri iscritti in quel territorio. Non ce la si può cavare con un commissariamento, che è un sequestro della responsabilità, ma restituendo la parola ai nostri iscritti.
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