Di Maio è contro il Jobs Act a parole, su art. 18 è rimasto in silenzio

Intervista a Il Manifesto del 2 agosto 2018 di Roberto Ciccarelli

Guglielmo Epifani, già segretario della Cgil, ora deputato di Liberi e Uguali (LeU), perché ha definito «un’occasione persa» la bocciatura del suo emendamento al decreto dignità che ripristinava l’articolo 18?
Il decreto è un’occasione persa, ha un titolo molto bello, la dignità del lavoro e dell’impresa, ma non riesce, o non vuole, raggiungere l’obiettivo che si propone. Il governo e la maggioranza hanno avuto la possibilità di raccogliere la nostra indicazione sulla reintegra in caso di licenziamento illegittimo, e comunque potevano modificare il Jobs Act cambiando le norme sul demansionamento, sul controllo a distanza. Sono questi i temi che riguardano la dignità dei lavoratori.

E invece?
Solo silenzio. La cosa che più mi colpisce è il loro silenzio. In campagna elettorale Di Maio ha usato parole nettissime contro il Jobs Act, ma sulla reintroduzione dell’articolo 18 non ha proferito parola, la stessa cosa gli altri ministri e sottosegretari. C’è un silenzio preparato, ma in questi casi bisogna spiegare cosa intende fare un governo. Invece niente di niente.

Quale effetto avrà la stretta sui contratti a termine?
Trovo condivisibile la riduzione del tempo del contratto a termine da 36 a 24 mesi, ma la causale dopo 12 mesi è troppo poco. Non si dà al lavoratore il tempo di apprendere un mestiere, farsi conoscere, per poi essere stabilizzato. La maggioranza e il governo non hanno voluto ascoltare quello che gli abbiano detto: la causale va messa subito, dal primo contratto. In più ci sarà un aggravio dei costi, le aziende non prolungheranno i contratti e sceglieranno altre persone per sostituire quelle che hanno superato i dodici mesi di lavoro. Aumenterà la turnazione sullo stesso posto di lavoro.

Di Maio non ha «licenziato il Jobs Act» perché la Lega non lo permette?
Sicuramente. L’accordo che hanno raggiunto è visibile. Da un lato, c’è la Lega che ha un ruolo evidente. Dall’altro lato, c’è la debolezza un po’ cinica dei Cinque Stelle. Abbiamo fatto una settimana di lavoro in commissione, quattro giorni di lavoro in aula, ma l’equilibrio che hanno raggiunto non ha permesso di modificare nessuna parte essenziale del decreto. Non hanno voluto mettere la fiducia, ma è come se lo avessero fatto. Il parlamento è diventato la sede di ratifica delle decisioni del governo, così non può essere nel nostro ordinamento .

L’influenza della Lega è visibile sui voucher. Cosa comporterà la loro modifica?
L’estensione in agricoltura e nel turismo dei voucher peggiora la situazione del lavoro nero e danneggia i contratti nazionali di lavoro. Oltre tutto il decreto non riduce il precariato perché non affronta il problema delle false cooperative, i contratti a nero, i riders senza diritti. Ma c’è una cosa che mi ha colpito ancora di più.

Quale?
Tranne quello di LeU, la stragrande maggioranza degli interventi delle forze politiche considera solo il punto di vista delle imprese. Non penso che sia possibilità tornare all’idea di centralità del lavoro di trent’anni fa, ma il fatto che nel dibattito non ci sia attenzione verso la soggettività del lavoro nei processi economici, produttivi e negli investimenti mi ha colpito molto. Prevale solo il punto di vista delle imprese, e mai anche quello del lavoro.

La debolezza dei Cinque stelle si riproporrà anche sul reddito di cittadinanza, sulla flat tax? 
La cartina di tornasole sarà la legge di stabilità, a partire dal 10 settembre. Per il momento si può dire che, da soli, i Cinque Stelle non avrebbero mai esteso i voucher. Costretti alla mediazione li hanno dovuti accettare. Questa è la prospettiva in cui si sono messi. Lo stesso è avvenuto sulla Flat Tax. Finirà per aumentare le diseguaglianze. Il connotato sociale del governo è orientato verso scelte esplicitamente di destra. In queste condizioni anche il riequilibrio sociale che i Cinque Stelle si ripromettono di fare con il «reddito di cittadinanza», anche per non essere subalterni a Salvini, avrà margini più ridotti. La moneta cattiva scaccia sempre quella buona. Lo vediamo nelle politiche sui migranti. Il clima è molto brutto. Le forze democratiche devono fare molta attenzione.

Cosa ha pensato quando ha visto sul tabellone della Camera che solo 13 deputati di LeU hanno votato l’articolo 18, mentre il Pd si è astenuto e continua a difendere il Jobs Act? 
Se guardo al parlamento è l’immagine di una sinistra molto minoritaria nei numeri. Noi abbiamo fatto un vera e dura battaglia parlamentare. Non abbiamo abbassato la testa e i temi della sinistra sono emersi. Ma nella cultura dominante la soggettività del lavoro non sembra interessare a nessuno. Se deve rinascere un processo di rigenerazione della sinistra, sarebbe bene che fosse ancorata all’idea del lavoro. Va bene il civismo, le Ong, ma penso che il lavoro deve essere il nucleo essenziale attorno al quale ricostruire una rete sociale e economica più ampia, una grande opzione laburista di partito e di movimento. Da dove abbiamo perso, dobbiamo ripartire.

guglielmo

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