Fondamenta – L’Italia nel mondo nuovo

“Fondamenta – L’Italia nel mondo nuovo” Milano – 19- 21 maggio

Sessione plenaria conclusiva con le relazioni dei coordinatori delle assemblee tematiche e il dibattito.

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Abbiamo organizzato un mese fa la nostra prima iniziativa come Art.1 a Napoli, la più grande città del Mezzogiorno, come segno che guardiamo alla parte del nostro Paese che la crisi ha messo ancora di più in difficoltà. E abbiamo scelto oggi Milano, la città più dinamica, per ripartire e parlare delle questioni del programma e del progetto del nostro movimento.
C’è bisogno di programma non solo per le cose che qui a Milano ci ha detto Susanna Camusso, ma anche perché una forza politica senza programma è una forza politica che si consegna a tutto: a chi grida più forte, al populismo, a chi insegue la moda del momento o il voto del momento e così facendo perde di vista l’interesse del Paese.
Per essere chiari: un programma serve per pensare non solo alla parte del Paese che ce l’ha fatta, ma anche alla parte di coloro che non ce l’hanno fatta, hanno perso una speranza di vita, una possibilità di dignità e di riscatto e quindi hanno perso un’occasione per crescere e stare coesi con il resto del Paese.
Un programma serve anche per rispondere alla semplificazione della politica di oggi. Vorrei fare qualche esempio di come l’assenza di un programma e l’interesse solo per il momento breve poi rende le cose tutte più difficili. Parto da un tema al quale molti di noi hanno guardato con attenzione: la questione degli 80 euro data a quella fascia di lavoratori, dieci milioni, indubbiamente tanti. Ma vedete: se ti fermi a dare gli 80 euro a quella fascia di lavoratori con quei criteri e l’anno dopo non li trasformi in una occasione per rivedere il sistema delle detrazioni fiscali di tutto il mondo del lavoro dipendente, ti infili in una serie di contraddizioni dalle quali non esci. Perché è evidente che abbiamo avuto lavoratori che guadagnavano la cifra che dava diritto agli 80 euro, ma poi sono andati in cassa integrazione e a quei lavoratori abbiamo tolto gli 80 euro, cioè li hai tolti a coloro che ne avevano più bisogno.
Così come c’erano tutti coloro che guadagnavano meno della cifra stabilita come soglia, ma per giustizia sociale se dai gli 80 euro in alto dovresti dare qualcosa anche a chi guadagna un po’ di meno, perché altrimenti rovesci la logica. E ancora: guardiano cosa sta avvenendo per il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici: se tu dai l’aumento contrattuale, i lavoratori pubblici che supereranno la soglia massima entro la quale si ha diritto agli 80 euro e dunque li perderanno. Vedete: una cosa apparentemente logica, se la lasci ferma e non ne segui tutte le implicazioni, poi si trasforma in un criterio di ingiustizia sociale, naturalmente pensando anche al fatto che mentre gli 80 euro li hai dati a quella fascia di lavoro dipendente, mentre la stessa fascia dei pensionati non ha visto nulla.
E’ dunque questo il modo in cui non bisogna fare le scelte. E ancora. Prima si parlava di investimenti. Quante volte il presidente del Consiglio di prima ha detto: la scuola è una priorità, bisogna mettere in sicurezza la scuola per le famiglie, per i nostri figli. Verissimo. Ma quante scuole abbiamo messo in sicurezza in questi tre anni? Praticamente nessuna. E perché? Quando si vuole affrontare il perché questo è avvenuto, e come si voglia rimediare, si scopre che è avvenuto per un motivo semplice: se le risorse non ci sono, o le risorse che hai le assegni ai Comuni e interrompi il patto di stabilità interno per far spendere quei soldi, ma contemporaneamente i Comuni restano vincolati dal ripiano dei bilanci, è evidente che non accade ciò che speri, perché se un Comune non ha soldi e non ha i bilanci in ordine non può impiegare quelle risorse anche se interrompi il patto di stabilità. Pensiamo al caso delle Province. Togli le Province e togli anche i soldi. Ma le funzioni finora svolte dalle Province, che ci siano o no le Province, qualcuno le dovrà pur assicurare: e si ne deve occupare di scuole e strade provinciali con quali risorse lo fa, se tu tagli i soldi che vi erano destinati?
E’ questo il metodo che non va. E lo stesso riguarda il lavoro e l’occupazione. Tutti gli ultimi dati, dati ufficiali non opinioni nostre, dati dell’Istat e dell’Unione europea, mostrano un quadro preoccupante: la disoccupazione nel 2016 è stata l’11,7;  disoccupazione nel 2017 11,5; previsione di disoccupazione nel 2018 11,3.
L’Italia vede ridursi la disoccupazione ad un ritmo dello 0,2 l’anno. Per fare un intero punto in meno di disoccupazione così ci vogliono cinque anni e per raggiungere la media europea almeno 25 anni. Se l’occupazione è il fondamento della disuguaglianza nel nostro Paese, possiamo continuiamo a procedere per affermazioni senza tenere conto di scelte e di fatti? Ho provato in questi giorni, in vista dell’assemblea programmatica di Art1, a fare qualche conto sulle dinamiche settore per settore. Tra prima e dopo la crisi la situazione è la seguente: nel settore dell’agricoltura vi è stato un aumento di centomila occupati; il settore dei servizi è rimasto sostanzialmente stabile, con una flessione del lavoro pubblico e un aumento dei servizi privati. Dove abbiamo perso? Nella manifattura 300 mila posti di lavoro; e abbiamo perso soprattutto nel settore delle costruzioni, delle infrastrutture: prima del 208 occupava un milione e 900 mila persone e nel occupa oggi un milione e 300 mila. Del milione di posti di lavoro persi circa 600 mila sono lì.
Quindi, se uno pensa a che cosa fare per dare una prospettiva di occupazione, deve partire da lì, non può partire da altre parti, perché è lì che devi intervenire. E come si interviene? Con un piano straordinario, con il quale non dai i soldi a pioggia, ma pensi di fare un’operazione in cui rimetti al centro il disastro eco e idrogeologico del nostro Paese, il decoro delle città e delle periferie, la funzionalità delle strade e delle infrastrutture, la sicurezza della scuola, la sicurezza sismica degli edifici pubblici e privati dove vanno a lavorare i cittadini, l’efficienza energetica…Bene: di tutto questo non c’è traccia. C’è stato qualche piccolo provvedimento, ma non il respiro di un piano nazionale. La cosa che più mi colpisce e che se si calcola quanti soldi servono per fare questo si scopre che sono esattamente le stesse risorse impiegate per dare la decontribuzione alle imprese, cioè un’operazione in cui hai favorito l’assunzione del momento ma senza nessuna garanzia per il futuro, assunzioni che nell’altro modo l’avresti fatto comunque e che sarebbero state stabili; quei soldi insomma li hai bruciati senza che ne sia rimasto nulla: se li avessi investiti negli altri settori, come diciamo e proponiamo ormai da tempo, dentro e fuori il Parlamento, oggi avresti un Paese più solido, più sicuro più forte e con un’occupazione cresciuta in modo stabile. Anche perché quando investi nel decoro urbano, nella messa in sicurezza dei territori non hai solo l’occupazione diretta, ma anche tanta occupazione indiretta per i materiali che questo tipo di attività deve utilizzare.
Infine il jobs act, questa straordinaria macchina che cosa ha determinato? Anche in questo caso guardiamo l’ultimo dato ufficiale dell’Istat: nel primo trimestre 22 mila posti di lavoro a tempo indeterminato rispetto al 2016; 40 mila apprendisti in più rispetto all’anno scorso; 327 mila assunzioni in più a tempo determinato. Che cosa vuol dire? Che l’80 per cento della nuova occupazione è fatto di lavoro a termine e quindi di lavoro in sé precario. E questo è il risultato del jobs act? E ancora. Avevamo detto a Renzi: attenzione, se apri troppo la forbice dei licenziamenti disciplinari, poi non la si ferma più. La realtà dimostra che è avvenuto esattamente ciò che dicevamo, perché tutti i nuovi licenziamenti sono di tipo disciplinare.
Un’ultima considerazione. Il programma su cui abbiamo lavorato in questi giorni a Milano dobbiamo affinarlo. E’ ovvio: abbiamo fatto una prima discussione e su alcuni punti dobbiamo essere ancora più precisi. Ma che cosa ne dobbiamo fare di questo programma? E’ sicuramente un programma per noi nel rapporto con la nostra gente, con l’opinione pubblica. E’ la condizione per avere un cambiamento del Paese, senza il quale l’Italia farà fatica a uscire dalla crisi profonda in cui si trova. Ma dobbiamo avere anche la forza, l’umiltà e la determinazione di dire che questo è un programma che mettiamo a disposizione di tutte quelle forze che guardano con simpatia a quello che noi siamo ed a quello che vogliamo rappresentare. Non lo vogliamo tenere per noi, se siamo convinti che è il programma che serve al Paese, dobbiamo averla un’ambizione più grande, l’ambizione di mettere le nostre proposte al servizio del centrosinistra. A una sola condizione, vedo Giuliano Pisapia seduto qui in platea. Dobbiamo pensare alla situazione del Paese non per come pensiamo che sia, ma per come il Paese effettivamente è.
Confesso in questo contesto una cosa: ho fatto io l’ultimo nostro intervento all’assemblea nazionale del Partito Democratico, l’ultima alla quale siamo stati. Era un intervento non facile, anche per il clima che c’era in quella sala. Sapete che cosa mi ha colpito di più? Che quando dicevo all’assemblea del Pd: attenzione, tutti i dati della disoccupazione e della crescita del Pil ci dicono che l’Italia dopo essere stata la prima nella caduta è l’ultima nella ripresa, e non solo per responsabilità di questo governo ma per responsabilità antiche, ebbene io mi aspettavo che almeno questo la platea lo avrebbe condiviso. Invece la platea ha rumoreggiato di fronte a questa constatazione, che ormai è una realtà evidente per tutti. E perché è avvenuto questo? Perché ormai un certo tipo di narrazione ha finito per confondere tante teste. Pensano cioè che il Paese sia quello che viene raccontato e non quello che il Paese è e che si incontra tutti i giorni. Ed è un Paese in cui si sono pure tanti fatti positivi, perché non mi scordo che quest’anno abbiamo raggiunto il massimo attivo della bilancia commerciale, il che vuol dire che abbiamo una capacità di esportazione di una parte delle nostre imprese come mai abbiamo avuto, ma è anche il Paese nel quale molte aziende, molti professionisti, molto ceto medio, molti lavoratori, molti disoccupati, molta parte del Sud, molte donne non ce l’hanno fatta. E allora questo è il punto: noi non vogliamo rappresentare solo una parte di questo Paese, cioè quella che non ce la fa. Ma non potremo mai rassegnarci a una politica del centrosinistra in cui ci si occupi di tutti, tranne che di quelli che stanno male, che sono gli ultimi, che sono i perdenti, di quelli che non ce l’hanno fatta, perché questo non è nell’abc del centro sinistra e non è soprattutto quello che serve al Paese e al suo futuro.