Lettera aperta della minoranza dem ai Senatori sulla riforma “la buona scuola”.

La scuola si cambia con la scuola. Se una parte larga di insegnanti, studenti, famiglie vive una riforma come una ferita ai propri interessi e diritti, compito della politica e del legislatore è ricucire quella frattura. La scuola italiana ha bisogno di risorse, di innovazione nei programmi e nella didattica, e di un’autonomia che abbia come finalità la promozione di chi parte svantaggiato. In questo senso compito di un’istruzione pubblica e qualificata è favorire, senza distinzione di censo o territorio, una piena autonomia critica e una libertà di pensiero e di scelta sulla propria esistenza.

Nella proposta del Governo ci sono aspetti positivi: stabilizzare oltre 100mila docenti, aumentare le risorse per la didattica e l’edilizia, procedere all’organico funzionale degli istituti. Alcuni miglioramenti sono stati ottenuti durante il lavoro in Commissione a partire dal ruolo del preside che risulta almeno “attutito”. Le deleghe sono scese da 13 a 8, non comprendono più gli organi collegiali e la valutazione del singolo dirigente scolastico spetterà ad appositi ispettori. Infine è positivo lo stralcio, richiesto da molti tra noi, della norma sul 5 per 1000 che avrebbe favorito una divaricazione maggiore tra istituti “ricchi” e gli altri. Stralcio che va confermato nel passaggio al Senato.

Con la stessa chiarezza è giusto indicare i punti critici che non hanno trovato soluzione. La permanenza della chiamata diretta da parte del preside in una logica monocratica, la discriminazione che colpisce gli insegnanti abilitati di seconda fascia e tutti gli altri precari. Parliamo di docenti che hanno alle spalle anni di servizio, che hanno affrontato costi e sacrifici per conseguire l’abilitazione e che non hanno potuto fruire di alcuna finestra concorsuale. Dalla stabilizzazione restano esclusi anche 23mila insegnanti della materna. Inoltre, pure senza negare la libertà educativa delle famiglie, occorre che non vengano sottratte risorse alla centralità della scuola statale.
Ma è soprattutto su ciò che nella riforma manca che è necessario concentrare l’attenzione. E a mancare è un quadro d’insieme del riassetto del nostro sistema di istruzione. Se guardiamo a evasione, discriminazione di censo, analfabetismo di ritorno, la bussola di quel riassetto è fondamentalmente una: riagganciare la scuola ai valori della Costituzione.
In questo senso rimane un problema che non è solo di metodo. Se si accetta la premessa sulla funzione strategica dell’istruzione la conseguenza è che ogni investimento o modello di riforma deve coinvolgere e venire condivisa dai soggetti che quell’investimento o modello di riforma dovranno tradurre in pratica e realizzare.

Se, invece, una riforma impatta una opposizione così massiccia alla politica e al Governo, si pone un’altra domanda: ed è se ha un senso immaginare di “piegare” la resistenza di insegnanti, studenti, lavoratori precari o se non sia una assoluta necessità proseguire il confronto con quel mondo anche al fine di tenere un filo e un legame con forze e culture decisive nella costruzione di un largo campo democratico. Ciò implica un riconoscimento dei ruoli della rappresentanza.

Sul complesso di questi temi – in parte di merito e in parte di respiro culturale e politico – siamo convinti, dopo il primo passaggio della legge alla Camera, che il contributo e l’impegno del Senato possano condurre a ulteriori e necessari cambiamenti del testo che vi consegniamo.
E’ importante che della scuola si discuta. E non solo nelle sedi parlamentari o tra addetti ai lavori. Ma nel Paese. Senza temere la voce dal basso, di scuole, studenti, insegnanti. Senza temere, e anzi sapendo ascoltare, la voce della piazze.
Cambiare la scuola si può e si deve. Ma la scuola si cambia con la scuola.