Perché non partecipiamo al voto di fiducia sulla legge elettorale

Intervento alla Camera dei Deputati per il voto di fiducia sulla legge elettorale

Non è un caso se nella storia centocinquantenaria del Parlamento italiano, anche se in contesti diversi e assai distanti tra di loro, la fiducia in materia di legge elettorale sia stata messa poche volte. Ciò è avvenuto perché la legge elettorale è una materia che di per sé implica una convergenza più ampia di quella che è la maggioranza di governo e perché, insieme, si riconosce che il Parlamento è il primo titolare del potere di modificarla.

In ragione di tutto questo, per chi ritiene che la legge elettorale presentata costituisca un passo in avanti e ci sia bisogno assolutamente di dare al Paese una nuova e moderna legge elettorale, ma pensa nello stesso tempo che ci siano ancora elementi importanti da modificare, resta un dilemma. Il dilemma tra la fedeltà alla logica che in una comunità implica il principio di maggioranza, e dunque che chi non condivide le idee della maggioranza ne segue però le indicazioni, e un altro principio, molto profondo: quello di non costituire in materia di legge elettorale un ulteriore, nuovo, pericoloso precedente. A queste motivazioni si sommano inoltre quelle di chi ritiene, in ragione di quello che ho detto fino ad ora, che ci sia una libertà forte da difendere, quella del potere del Parlamento di decidere in materia di legge elettorale in assenza, come direbbe Norberto Bobbio, di impedimenti.

Per queste ragioni, con dispiacere, anche a nome di altri colleghi, annuncio che noi scegliamo la seconda strada. E che perciò non parteciperemo al voto.

Resto convinto che anche in assenza della richiesta di fiducia da parte del governo la legge sarebbe passata. E che, qualora in qualche aspetto fosse stata modificata, nel giro di due o tre mesi avremmo dato senza difficoltà al Paese una legge più moderna e più condivisa.
Si dice che Parigi val bene una messa. Ma per molti di noi il rapporto tra mezzi e fini non è quello che spesso viene definito. Perché fini giusti implicano mezzi giusti, e non è detto che mezzi sbagliati portino a fini condivisi e da condividere.