LA VIA ITALIANA ALL’INDUSTRIA 4.0

*Intervista in pubblicazione sul n. 1/2016 della rivista Formazione Domani, IAL Nazionale

La X Commissione Permanente (Attività Produttive, Commercio e Turismo) della Camera dei Deputati ha avviato nel febbraio 2016 un’indagine conoscitiva sull’Industria 4.0.
Nel corso dei lavori, la Commissione ha previsto, e in larga parte già effettuato, cinquanta audizioni di attori politici economici e sociali, e svolto alcune missioni internazionali per prendere visione dei modelli adottati in altri grandi paesi. L’obiettivo generale è comprendere a fondo gli elementi cruciali della trasformazione digitale dell’economia, per identificare una via italiana alla fabbrica intelligente. Prima della pubblicazione del rapporto, previsto a fine giugno, ne parliamo con il Presidente Guglielmo Epifani.

Cosa ha spinto la Commissione Attività produttive ad avviare un’indagine conoscitiva su Industria 4.0 e sullo stato dell’impresa italiana in questo campo?

Diversi paesi si sono mossi da tempo su industria 4.0, mentre l’Italia, la seconda economia manifatturiera europea, all’interno di questo nuovo scenario è in ritardo. La distanza è particolarmente significativa nel raffronto con la Germania, dove si lavora su questo paradigma dal 2011, con un metodo di governo delle trasformazioni tecnologiche che risponde a un modello tipicamente tedesco: si ritrovano allo stesso tavolo il governo centrale con gli stati federali, le organizzazioni sindacali con le organizzazioni di interessi datoriali, i centri di ricerca e innovazione con le università. Ne deriva che il processo è guidato con grande coerenza e organicità.

Anche la Francia, seppur in tempi più recenti, si è data un obiettivo strategico analogo a quello tedesco; altri grandi paesi dal Giappone agli Stati Uniti si stanno impegnando su questo terreno. Ciò che manca in Italia è esattamente questo: un progetto di sistema per far fronte a un cambiamento socio-economico radicale e, per certi aspetti, imprevisto. Così è nata l’idea di avviare un’indagine conoscitiva per stimolare l’azione di governo, portando al centro dell’agenda politica un tema che ci pare di estrema rilevanza, viste le importanti trasformazioni che determina, e determinerà, nel nostro paese.

Quali voci avete sentito e con quale metodo avete svolto i lavori?

L’indagine ha previsto circa cinquanta audizioni, per affrontare con una logica di sistema la materia trattata, comprese quelle dei tre Ministri competenti: Carlo Calenda per lo Sviluppo economico, Stefania Giannini per l’Istruzione, università e ricerca, Pier Carlo Padoan per l’Economia e finanze, oltre al Sottosegretario agli affari europei Sandro Gozi.

Nel corso di lavori, che contiamo di concludere entro fine giugno, ci poniamo l’obiettivo non soltanto di far crescere l’attenzione sul fenomeno, ma anche se possibile di favorire la formulazione di una proposta di legge. Mettendo a disposizione le conclusioni a cui giungeremo, vorremmo concorrere al disegno di una strategia italiana sull’Industria 4.0, attraverso la definizione di un quadro normativo a nostro avviso necessario, che esprima una visione sugli strumenti della governance, sugli obiettivi da raggiungere, anche sul ri-orientamento delle politiche degli incentivi, per tener conto dell’impatto della fabbrica digitale sul sistema industriale italiano e sull’occupazione.

Dal vostro osservatorio, come le pare che stia reagendo il paese al cambiamento?

Ciò che è emerso fino ad ora – con nostro grande interesse, devo dire – è l’ampia trasversalità dei processi di cambiamento. Si parla di Industria 4.0 con riferimento all’industria manifatturiera, ma i cambiamenti riguardano praticamente tutti i settori industriali.  Ne menziono uno, spesso sottovalutato e sottaciuto: il settore delle costruzioni, dove sempre più ampio e diffuso è l’utilizzo delle tecnologie digitali, e alto il vantaggio competitivo che ne deriva. Nessuno ci riflette ma attraverso la progettazione artificiale, le stampanti 3D, le nuove piattaforme e i software, le innovazioni nei materiali e nelle tecniche costruttive si rivoluziona un settore spesso marginalizzato, almeno in termini di innovazione, rispetto al resto.

All’interno della nostra Commissione ci stiamo occupando anche di dare organicità e un minimo di disciplina a fenomeni di frontiera come la Sharing Economy oppure l’Home Restaurant: sono realtà del tutto nuove e in fase espansiva, poiché grazie alle piattaforme digitali sta cambiando in modo significativo il modo di consumare.

In sintesi, le audizioni sembrano aprire tre grandi questioni: che cosa muove questo cambiamento? Si tratta di un cambiamento “nella norma” o di una vera rivoluzione? Che saldo determinerà sull’occupazione nel futuro?

Quali elementi hanno destato in lei maggior interesse?

Da chi si è mosso prima, in particolare le aziende tedesche, ci vengono indicate alcune verità da seguire. Alla radice del cambiamento c’è l’esigenza di modificare ed accrescere sia la quantità di oggetti e servizi prodotti sia la qualità. Ne deriva l’esigenza di aumentare la produttività delle aziende, ma anche di stabilire un rapporto diverso con i clienti finali. Inoltre, l’esperienza tedesca ci insegna che una politica di sviluppo e il cambiamento dei processi che presuppone non possono cadere dall’alto, ma devono venire dalle realtà produttive: da qui viene la prima grande spinta verso la trasformazione.

Sul piano tecnologico, uno degli elementi di maggior interesse è l’utilizzo straordinario dei sensori: costano pochissimo e hanno capacità di memoria e trasmissione dati impressionanti. Tra le conseguenze che determinano, rileviamo un mutato rapporto tra ciò che si vende e ciò che si usa in alcuni settori di attività. Per fare un solo esempio, chi costruisce motori per aeroplani (saranno quattro o cinque produttori al mondo) oggi ha la possibilità di fare manutenzione a distanza: si tratta di un elemento decisivo per modificare il modello di business, passando dall’acquisto al noleggio; la compagnia aerea si sgrava di costi, mentre il produttore può gestire direttamente la manutenzione. Insomma, non c’è bisogno di comprare per usare – come avviene appunto nella Sharing economy. Ma il cambiamento che questo modello presuppone riguarda l’abitudine al possesso, sempre più labile, mentre si rafforza il rapporto che fra chi produce e chi consuma, perché appunto cambiano le modalità di consumo.

Ci troviamo di fronte alla necessità di individuare una via italiana all’industria 4.0 oppure basterebbe riprodurre il modello di altri paesi?

Dotarsi una via italiana è un problema che emerge in modo piuttosto netto, considerando che il nostro tessuto produttivo è costituito da piccolissime, piccole e medie imprese e che mancano grandi aziende capaci di fare innovazione spinta – sul modello di Hitachi, Siemens, Bosch, General Electric, solo per citare quattro player che operano con un impulso fortissimo.

Nel governo dei nuovi processi emergono due fattori fondamentali: uno è rappresentato da quelli che con una espressione inglese si chiamano block buildings, cioè gli elementi che costituiscono le fondamenta; l’altro è la capacità combinatoria ovvero saper metter insieme elementi di prodotto e capacità di governo del processo.

L’Italia è stata da sempre abilissima nel governare i processi, ma rispetto ad altri competitori globali è anche un paese con meno risorse per innovare i prodotti. Siamo perciò in condizione di sviluppare una capacità combinatoria italiana? Se la risposta è si, dobbiamo poter disporre di piattaforme digitali nostre: oggi l’industria tedesca lavora su piattaforme chiuse per la sua industria, ma ha bisogno della catena di fornitura e subfornitura italiana; se non saremo in grado di dotarci di una nostra piattaforma, dovremo utilizzare i software chiusi tedeschi… non c’è via d’uscita. Si tratta perciò di dare impulso, sia alla nostra capacità combinatoria sia alla costruzione di elementi che formano la nuova architettura digitale.

Che attenzione state rilevando da parte delle piccole e medie imprese italiane nei confronti della “fabbrica intelligente”?

Va detto che la massa delle PMI a tutt’oggi è fuori da questi processi produttivi. Tuttavia dall’indagine emerge una significativa attenzione per il mondo digitale da parte di tante piccole e piccolissime imprese nostrane, e numerose nicchie in cui l’innovazione tecnologica è molto avanzata. Ciò che manca veramente – torno a dirlo – è un progetto organico per il governo di questi processi.

Le aziende si muovono sulla base di proprie esigenze di produttività o politica delle filiere, le università studiano questi nuovi processi da prospettive diverse e senza un disegno condiviso, i centri di ricerca e i cluster si specializzano e non fanno sistema, intanto le multinazionali importano nuovi modelli di lavoro.

Francamente io non credo occorra dare un governo a tutto, anche perché certi processi non possono essere gestiti dall’alto, come si è detto. Ma se fosse possibile distribuire i compiti e le responsabilità in una logica di sistema, allora potremmo impiegare le risorse in modo più proficuo; se fosse possibile assegnare alle università o ai singoli cluster un proprio compito in sinergia con altri, saremmo meno dispersivi, avremmo un indirizzo coerente in un rapporto dinamico e costruttivo tra università, filiere, imprese e territori.

L’Italia ha ancora una carta da giocarsi nel cambiamento in atto oppure siamo rimasti irrimediabilmente indietro?

Le aziende si muovono in modo autonomo, non aspettano che il cambiamento venga dall’alto. Nel nostro Paese ci sono imprese che sono partite da anni, e continuano a specializzarsi, lavorano sui sensori e sui controlli a distanza in modo competitivo e attraverso le stampanti 3D sono in grado di ridurre della metà i tempi di consegna di un prodotto.

Abbiamo poi le multinazionali, ovvero la filiera che supporta le imprese tedesche e comprende anche qualche impresa artigiana e qualche start-up, le quali maturano in questo modo esperienze di eccellenza.

L’impressione generale è che la parte di industria che ha passato la crisi, magari crescendo, si muova in modo ancora più dinamico. Al contrario, le imprese che hanno investito poco nell’innovazione registrano un gap preoccupante che, proiettato in avanti, fa presagire uno scenario incerto sia sul piano occupazionale sia in termini di tenuta generale dell’industria italiana.

Anche per questo ci sembra urgente pensare a un progetto organico, perché mentre una parte delle nostre imprese cresce e si consolida, un’altra parte ha bisogno di supporto strategico per allinearsi a chi si trova in una posizione di avanguardia. In caso contrario, sarà destinata a trovarsi fuori mercato.

Ha citato prima il modello tedesco, dalla governance molto forte. Secondo lei, un sistema simile nel nostro paese potrebbe funzionare?

Data la frammentarietà e la disomogeneità del nostro mondo produttivo, in Italia bisognerebbe pensare ad una strategia diversa, dotandoci di un sistema più aperto e più policentrico. Ma se vogliamo indicare una nostra via, occorre fare in fretta: una parte importante della nostra industria manifatturiera, in Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, lavora con l’industria meccanica tedesca ed è chiaro che quel modello organizzativo e quella piattaforma prenderanno progressivamente piede. Lo stesso accade con General Electric, che introduce le metodologie di lavoro in grandi stabilimenti come quelli presenti a Firenze e in Piemonte.

L’Italia importa modelli organizzativi dalle filiere, ma non possiamo ridurre la nostra manifattura a pochi punti di eccellenza, ancorati ai grandi player globali. Su questo terreno, stiamo ragionando se non sia il caso di rivedere, ad esempio, tutta la politica degli incentivi fiscali, al fine di usare le risorse disponibili, e gli strumenti di cui siamo già dotati, per sostenere finanziariamente l’innovazione digitale con una nostra specifica strategia di azione, soprattutto in direzione delle PMI. Si tratterà di individuare nella grande retorica dell’innovazione i nodi essenziali del nostro interesse nazionale, le caratteristiche del nostro tessuto produttivo e spingere per definire una nostra proposta di “governo della trasformazione”.

Dal punto di vista del lavoro, anche alla luce della sua lunga esperienza sindacale, come legge il rapporto fra industria 4.0 e mercato del lavoro? Qual è e quale sarà, secondo Lei, l’impatto della digitalizzazione sull’organizzazione del lavoro e sull’occupazione?

In questo momento è difficile capire se con la rivoluzione digitale andremo incontro a una perdita occupazionale: non ci sono elementi certi su cui fondare un’ipotesi di questo tipo e, in ogni caso, non sono un sostenitore degli apocalittici.

La Germania ci dimostra che il saldo occupazionale legato alla digitalizzazione dei processi produttivi potrebbe essere persino positivo. Sicuramente cambierà la composizione e la qualità del lavoro, così come le modalità organizzative: alla flessibilizzazione delle realtà produttive non potrà che corrispondere una analoga flessibilizzazione della prestazione di lavoro. Si ridurranno alcune posizioni lavorative ma se ne creeranno delle nuove, emergeranno altri profili professionali e si renderà sempre più urgente l’investimento in competenze e in aggiornamento continuo. Su questo terreno un nodo importante è giocato da istruzione e formazione, che non potranno prescindere dalla trasformazione del sistema produttivo.

Detto questo, ad oggi si può ipotizzare che ci sarà una crescita della distanza tra un lavoro non qualificato e mansioni molto specialistiche, ma non siamo ancora in grado di capire quale sarà il trend occupazionale determinato dal paradigma industria 4.0. In molte linee di montaggio già oggi vengono impiegati i robot, ma dietro i robot c’è il lavoro: di manutenzione delle macchine, di interpretazione dei dati, di supervisione dei processi.

In un momento in cui il lavoro cambia, i processi organizzativi e i profili professionali vengono ridisegnati, che ruolo intravede per il sindacato?

Del modello tedesco si evince che la cabina di regia di Industria 4.0 è composta non solo da imprese, ma anche dal sindacato: quella è la vera forza di un impianto in cui lavoro e imprese operano insieme anche sulle grandi trasformazioni, per raggiungere obiettivi comuni.

Allo stesso modo nel nostro paese ci sarebbe bisogno di maggiori livelli di condivisione e partecipazione da parte del mondo sindacale, su questioni centrali per il futuro delle imprese e dell’occupazione. Proprio perché la portata dei processi non è facilmente prevedibile, c’è bisogno di stabilire, con una politica di anticipo, sedi e luoghi nei quali dare un indirizzo alle politiche industriali.

Il tipo di cambiamento di cui parliamo richiede una forma collaborativa crescente. Credo sia urgente da parte dei sindacati immaginare un diverso apporto, tale da riaprire i tavoli della concertazione con il governo e con il mondo imprenditoriale.

Tornando all’indagine della Commissione, il vostro lavoro viaggia parallelo ad altri approfondimenti curati dal Mise e da Palazzo Chigi. Come possono intrecciarsi i risultati raggiunti dai diversi gruppi e completarsi a vicenda?

Predisponendo il documento finale è nostra intenzione sentire tutti, per lavorare a un intervento legislativo di sostegno al Governo di queste trasformazioni, considerando anche la definizione di un plafond di risorse necessarie. Su questo tema, mi preme però dire che, pur essendoci un ovvio bisogno di impiegare risorse, non è detto che non si possa iniziare ri-orientando quelle disponibili.

L'incontro con Josef Nierling, AD Porsche Consulting Italia durante la visita, nell’ambito dell’Indagine conoscitiva sull’Industria 4.0, allo stabilimento Porsche di Stoccarda della X Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati

L’incontro con Josef Nierling, AD Porsche Consulting Italia durante la visita, nell’ambito dell’Indagine conoscitiva sull’Industria 4.0, allo stabilimento Porsche di Stoccarda della X Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati