Intervento sul contenimento e gestione dell’emergenza COVID-19

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Qui di seguito l’intervento integrale a nome del Gruppo LeU sul decreto recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza COVID-19.

Buongiorno Presidente, sottosegretario, colleghe e colleghi, naturalmente il Paese sta vivendo quella che si può definire una vera e propria prova, questa epidemia. Mi è piaciuto l’aggettivo che ho usato il sottosegretario Zampa: severo. È una prova severa per i cittadini e per la nostra comunità nazionale, per tutti i Paesi interessati, gran parte del mondo, a questa situazione. Aggiungo solo per correttezza e perché non dobbiamo scordarlo che questa prova noi non la desideravamo, non l’abbiamo causata e non l’avevamo prevista. In fondo è la prima del mondo realmente globalizzato. Ne abbiamo avuto nel passato ma il mondo non aveva quei legami di globalizzazione – penso soprattutto al peso della Cina nell’economia mondiale – che ha oggi. Ritengo che il decreto-legge, che è già stato approvato in Commissione, vada nella giusta direzione. Così come devo dire con grande onestà che trovo che il Governo, nelle condizioni date, ha fatto fino ad oggi il possibile nella giusta direzione.

C’è una discussione strana che ha permeato anche da noi la questione. Il nostro dibattito pubblico ha oscillato tra il troppo e il poco, tra chi considerava necessario interventi molto più forti subito (facciamo come a Wuhan) e chi ha detto: in fondo è poco più di una normale influenza. E tutto il dibattito è ruotato attorno a questi due poli di volta in volta a seconda anche della pressione che la situazione sul terreno ci proponeva. Il problema è che la discussione non è stata solo appannaggio delle forze politiche: esattamente anche il mondo della scienza e dei ricercatori si è diviso sulle stesse coordinate a dimostrazione che quello che noi non abbiamo né causato né previsto né desiderato era anche in qualche parte inesplorato, perché puoi fare analogie con i virus del passato ma sappiamo che questo è un virus che ha caratteristiche nuove e soltanto con la pratica, l’esperienza e il tempo sarà possibile scoprirne tutte gli effetti, le situazioni, le determinazioni. Naturalmente in questo tempo c’è chi si ammala, c’è chi muore, c’è naturalmente una vita che viene colpita da questa situazione. Leggendo e vedendo i giornali di oggi e anche qualche commentatore sembrerebbe che il polo della discussione oscilla tra il troppo: stiamo facendo troppo; abbiamo sopravvalutato; la nostra economia soffre; guardate che figura stiamo facendo nel mondo e in Europa. Non c’è dubbio che c’è una parte di verità nella nostra condizione di oggi rispetto agli altri, però dobbiamo metterci in pace tra di noi e partire almeno da qualche punto che sia fermo perché altrimenti è una discussione puramente velleitaria, puramente al vento, solo determinata dallo stato d’animo di questa o quella situazione, quando non di un interesse politico contrapposto a un altro. Allora, a me pare evidente che, dal punto di vista di quanto siamo riusciti a capire fino a oggi e quanto ci dicono la maggior parte dei ricercatori e degli scienziati, questo tipo di virus che ha solo qualche mese di vita, che non è stato prodotto in laboratorio, che viene da un mutamento di una vidas con una catena genetica di cui si è rintracciato il tempo e le modalità dell’evoluzione, questo tipo di virus è fatto da due componenti: la prima, è meno letale del virus precedente, cioè gli effetti sulle persone sono meno gravi, probabilmente però ha più capacità di contagio. Questo determina il problema che abbiamo di fronte a noi perché, quando il virus è più pesante, tu i sintomi del virus li riconosci subito: sai dove intervenire, come intervenire, dove bloccare, dove ricostruire le filiere dei rapporti ma quando, per la metà e più delle persone contagiate, tu non hai segnali, è complicato andare a cercare in un mondo indistinto di persone quelli che sono portatori sani di un virus che contagia gli altri. Hai voglia a fare le prediche – bisognava fare di più o di meno – questa è la situazione in cui l’operatore pubblico, il medico, il sanitario, il politico, il cittadino si trova di fronte ad affrontare e questa è l’incertezza e la difficoltà di questa fase, diciamocelo con chiarezza. Anche gli errori che possono essere stati fatti o la situazione nasce esattamente dalla caratteristica di questo virus.

Ma se la caratteristica più pesante del virus è la sua contagiosità – scusate il termine non preciso -, allora è evidente che il primo obiettivo è quello di ridurre il contagio, perché sarà poco più di un’influenza per gran parte delle persone, poi però qualcuno naturalmente ci muore, come vediamo, e magari aveva anche altre patologie.

Se il problema è il contagio, dobbiamo cercare di limitare il contagio, non c’è niente da fare, perché se noi non facessimo così, non è che, siccome gli effetti sono misurati, lo possiamo fare espandere a piacere, perché poi gli effetti sul sistema, sul Paese, sull’economia e sulla società diventerebbero non più governabili. Non c’è niente da fare, le misure prese erano quelle giuste, si poteva fare un giorno prima o un giorno dopo, ma non scherziamo con questo: la sostanza del problema è quella che abbiamo di fronte a noi. Poi condivido un’impostazione che il Governo ha sempre assunto, cioè quella di fare le misure giuste sulla base di due principi: il principio di evidenza e il principio di precauzione. Evidenza, per forza: ma cosa mi chiudi le scuole dove non c’è neanche un caso? Me le chiuderai dove ci sono i casi! E il principio di precauzione vuol dire che bisogna fare un po’ di più, talvolta, in qualche situazione, perché così limiti il contagio. Questa credo sia la linea che un Paese serio, un Governo serio e una comunità seria devono fare. Così come gran parte delle polemiche fatte nelle settimane scorse sono spazzate via dalle ultime valutazioni. Quello che è avvenuto nei due cluster o nel cluster fondamentale, probabilmente è avvenuto prima che il contagio iniziale si sapesse e si desse l’allarme, ed è del tutto inutile adesso tra di noi discutere qual è il cinese che l’ha fatto oppure se è un tedesco che è stato in Cina e che passava per Lodi e per Codogno. Ma che discussione è? È una discussione di un Paese di serie B; un Paese serio la fa seriamente questa discussione. Non si può risalire al primo, proviamo a limitare i contagi, visto che gran parte dei contagi nasce da lì, per fortuna del nostro Paese. Ho detto che è una prova, prova severa, allora, da questo punto di vista, ci vuole unità istituzionale, non c’è niente da fare. L’unità istituzionale non corrisponde all’unità politica. In altri periodi del Paese c’è stata unità istituzionale e unità politica, oggi credo che abbiamo bisogno di unità istituzionale. Una dialettica di un Paese maturo distingue tra unità istituzionale, che salva le istituzioni e rende efficace la credibilità dell’operatore pubblico e della responsabilità pubblica verso i cittadini, e unità politica, perché naturalmente la dialettica politica è il sale della democrazia rappresentativa, è il sale della democrazia senza aggettivi. Quindi basta polemiche, soprattutto basta polemiche tra le istituzioni. C’è una credibilità che viene prima, e un senso di responsabilità che, di fronte a fatti come questi, un Paese serio deve saper fare.

Così come penso che dobbiamo saper reagire anche a comportamenti fuori dal nostro Paese che non mi piacciono, che non vanno bene; quello che è successo ai nostri connazionali nelle Mauritius non va bene: trattati come pacchi postali, come appestati. Non è possibile, dobbiamo rispondere a queste situazioni, con serietà e con fermezza. Aggiungo anche che dentro l’Unione europea qualche ragionamento andrà fatto, perché l’ho visto il povero Ministro Speranza stare giorni e giorni a chiedere riunioni dei Ministri della sanità e si sono fatte una volta dopo dieci giorni e una volta l’altro giorno; riunioni, poi, dove noi informiamo gli altri, gli altri ci danno apprezzamento e poi ogni Paese fa come vuole: c’è chi blocca i nostri connazionali, gli immigrati di ritorno, cioè una situazione in cui onestamente l’Unione europea mostra ancora una volta la sua fragilità. Già nelle condizioni ordinarie l’Unione europea fa fatica, di fronte ai fatti straordinari fa ridere, perché questa è la verità che va detta con chiarezza in questa sede e in questa sala! Così come va detto con altrettanta forza che il Parlamento deve dare il massimo di apprezzamento, di sostegno, di solidarietà, a chi sta in prima linea con queste difficoltà, esponendo anche personalmente se stesso per curare e limitare questo contagio della malattia: gli infermieri, i medici, i paramedici, le forze dell’ordine, tutti coloro che sono sul territorio giorno dopo giorno ad affrontare le conseguenze di questa situazione, per loro deve andare il rispetto del Paese, non c’è niente da fare.

Questo mi aggiunge un’altra considerazione: vorrei che il rispetto che si deve a queste persone fosse il rispetto che noi portiamo sempre al Sistema sanitario nazionale, che è un orgoglio e un vanto del nostro Paese. Sappiamo che non funziona ugualmente in tutto il resto del Paese, sappiamo tutto, ma possiamo dirci che i tagli agli organici e il blocco degli organici per 15 anni sono stati una vergogna? Possiamo dire che abbiamo l’età media di chi lavora in ospedale più alta di tutta Europa? Possiamo dire che tenere i medici fino a 70 anni, perché i giovani non li abbiamo mai stabilizzati e fino a quarant’anni sono precari, non va bene? Non va bene per un’azienda, non va bene in un servizio pubblico come la sanità! Abbiamo sbagliato, bisogna rapidamente intervenire. Abbiamo bisogno di più giovani, di più giovani qualificati e preparati dentro il Servizio sanitario nazionale, perché – non c’è niente da fare – possiamo farci la più bella discussione tra come il privato integra il pubblico, fin dove il pubblico è meglio e fin dove il privato è meglio, ma un dato è davanti agli occhi di tutti: quando c’è un’emergenza non c’è privato che tiene, c’è il pubblico con le sue caratteristiche, le sue capacità e i suoi problemi. Se noi non curiamo il pubblico nei tempi di secca, poi non possiamo pensare che il pubblico, nei momenti dell’emergenza, è in condizione di fare il meglio possibile con quello che ha. Quindi questa dovrebbe essere l’altra lezione da questa prova.

Adesso abbiamo il problema economico, certo. Già qualche giorno fa, sentendo il Ministro dell’Economia dire che nel primo trimestre il Paese sarebbe ripartito, avevo qualche perplessità personale, perché vedevo che il nostro PIL scendeva. Lo trovavo un po’ difficile, ma alla luce di quello che sta accadendo, questo non sarà, è meglio che ce lo diciamo con chiarezza. È inutile che ci illudiamo e ci nascondiamo dietro una foglia di fico: il Paese farà fatica, e più i tempi si allungheranno – ed è per questo che bisogna intervenire subito – più sarà delicata la situazione. Non penso solo alle aziende che esportano, ma penso soprattutto ai piccoli commercianti, penso a chi fa turismo. Abbiamo fatto il Carnevale, l’ultima settimana, in queste condizioni, c’è la Pasqua, ci sono i mesi in cui i turisti arrivano; noi avevamo un milione e mezzo di turisti cinesi. Cioè, tutto questo peserà nella nostra economia, e guardate che non pesa solo a Lodi, perché ad Ischia già hanno le disdette per l’estate, quindi pesa su tutto il territorio nazionale. Perché insisto su questo? Vedrete che, nei prossimi giorni, questa discussione, anche per gli interessi coinvolti e colpiti, sarà più pesante. Insisto perché dobbiamo pensare seriamente a come affrontare questa emergenza economica oltre che sanitaria. Va bene i provvedimenti sulla cassa integrazione guadagni straordinaria, in deroga, per i lavoratori che in questo periodo non potranno lavorare; va bene i provvedimenti verso il lavoro autonomo, il piccolo commercio, il turismo, ma se le dimensioni crescono, anche l’intervento cresce. Perché lo voglio dire? Anche per un senso di onestà, quello che poi mi appartiene. Guardate che se la situazione si protrarrà ancora per un po’, ma quale rimodulazione delle tasse, ma quale riforma delle pensioni! Io credo che sarà necessario forse un altro obiettivo: mi pare evidente che, se il Paese soffre, va cambiato l’asse della politica economica, non solo di questo Governo, di qualsiasi Governo, perché se Salvini chiede 10 miliardi per la zona di Lodi – e naturalmente non ci stiamo nelle cifre -, non è che ce la caviamo con un miliardo e sistemiamo tutti i problemi che questa situazione propone, se vogliamo far ripartire il Paese il prima possibile! Ciò perché una terza crisi, dopo le due che abbiamo avuto, nel 2006 e nel 2008, noi non ce la facciamo ad affrontarla. Quindi, anche per questo, questa è una prova verità per tutti, lo voglio dire qui con chiarezza, perché è inutile baloccarci. C’è un prima e c’è un dopo, e prima ne prendiamo coscienza meglio è. Infine, sono molto contento per le cose che ho detto, cioè che ci potrà probabilmente essere un voto di tutta l’Aula. Su queste cose non c’è niente da fare: bisogna restare uniti, dare al Paese, soprattutto a chi soffre, alla nostra comunità, questo segno di forza, perché è anche un segno di fiducia sul fatto che l’Italia possa ripartire e possa farcela.