Io, il lavoro e la mia Cgil

Epifani Camusso

Dall’intervista a Radioarticolo1.it

Qual è il valore del lavoro oggi?
Il valore del lavoro è fondamentale, non solo perchè lo dice la nostra Costituzione, ma perchè il lavoro fonda la dignità delle persone, dà una serie di diritti e identità. Così come fondamentale è il valore del sindacato: un bene per il Paese, per riscattare e proteggere i diritti del mondo del lavoro, per innervare la democrazia, che ha bisogno di forze di rappresentanza sociale e di natura confederale”.

Epifani ha ripercorso tutta la sua carriera sindacale, dal 1977 fino al 2010.
Mi sono formato all’indomani della grande rivoluzione del ’68-69 e quindi l’impegno sociale verso i più umili è stata una scelta di vita che ho sempre cercato di mantenere. Nel clima culturale, politico e civile dell’Italia di allora è stato agevole scegliere di impegnarmi in prima persona nel sindacato, lasciando l’attività di ricerca all’università per una possibile carriera sindacale”.

Un’altra tua passione è legata all’editoria e alla comunicazione: hai iniziato all’Esi, la casa editrice del sindacato; in seguito, hai guidato la Filis, la federazione dei lavoratori dell’informazione e spettacolo della Cgil. Attenzione che è rimasta fino al tuo ultimo mandato, durante il quale hai scelto proprio la via dell’innovazione attraverso i nuovi strumenti messi a disposizione dal web.
Nella mia attività mi sono preoccupato dei problemi dell’informazione, prima scritta, poi audiovisiva, pubblicità e diritti degli utenti inclusi. Ho aiutato a fare leggi importanti, penso alla legge sull’editoria, a quella sull’emittenza, così come come ho affrontato le trasformazioni tecnologiche che il settore ha vissuto nel corso degli anni. Per il sindacato l’informazione è tutto, nel rapporto con i propri iscritti, con i lavoratori. E troppe volte l’immagine del sindacato non è stata resa correttamente dagli organi d’informazione. Pesano tante cose, sicuramente anche la natura della proprietà dei mezzi d’informazione, che spesso ha scaricato sul sindacato le responsabilità del mondo dell’impresa: si sono sempre enfatizzati limiti e ritardi del sindacato nei processi di cambiamento della società, a discapito proprio dei limiti e dei ritardi dell’imprenditoria. Attualmente, è impossibile fare informazione se non si è presenti nel mondo dei social media. E penso che il sindacato debba continuare con maggior determinazione sulla strada digitale che ha già intrapreso da tempo”.

Torniamo agli anni ’70 all’Esi, dove coordinavi le politiche contrattuali delle categorie presso l’ufficio sindacale Cgil. Che differenze ci sono con la situazione odierna, dove di contratti se ne rinnovano pochissimi?
Abbiamo sempre considerato la contrattazione  come uno dei diritti fondamentali dei lavoratori. In realtà, è sempre stata una lotta dura affermare tale diritto: pensiamo agli anni ’50 e ’60, alla riscossa operaia, alla nascita delle grandi filiere contrattuali, nazionali e di categoria, per arrivare alla contrattazione aziendale, territoriale e poi sociale. La differenza tra gli anni ’70 e oggi è che quegli anni furono sinonimo di grandi conquiste contrattuali e sindacali, mentre ora dobbiamo in larga parte ricostruire il tessuto della contrattazione, recuperando anche i rapporti di forza che nelle trasformazioni tecnologiche si sono persi. Restando sul tema, al contrario della Fiom, dò un giudizio positivo sul Testo unico sulla rappresentanza, siglato da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria. È un accordo che va incontro a una richiesta storica della Cgil, quella di poter contrattuare avendo la certezza di rappresentanza, con soggetti e criteri trasparenti di misurazione della rappresentatività: sotto questi due aspetti, quell’intesa è un passo avanti gigantesco. Poi ci possono essere problemi, incogruenze, ma il valore storico di aver trovato per natura pattizia un riconoscimento alla questione del chi si rappresenta e perchè si rappresenta credo sia indiscutibile”.

Nel congresso Cgil 2014, oltre alla rappresentanza, altro tema predominante è quello delle pensioni. Ci sono speranze che si possano correggere, come chiedono lavoratori e iscritti Cgil, le storture della riforma Fornero?
“Negli ultimi 25 anni si è cercato di rendere più equo e sostenibile il sistema previdenziale italiano. Oggi si guarda con qualche fondamento alla questione del rapporto generazionale, ma non posso dimenticare che fino alla riforma Dini del ’95 si poteva andare in quiescenza con 15 anni, 6 mesi e un giorno, oppure c’erano tante anomalie e privilegi di questo o quel settore che nel tempo siamo riusciti a superare, quasi sempre grazie ad accordi sindacali. Per quanto riguarda la riforma Fornero, c’è troppa rigidità nel percorso di uscita dal lavoro: andare in pensione tutti a 67 anni è sbagliato, bisognava lasciare una flessibilità legata alla differenza esistente tra le tipologie di lavoro, con una forchetta entro cui il lavoratore potesse decidere di andare via prima con un assegno pensionistico più basso. Ad esempio, per un edile è già un’impresa impossibile salire su un’impalcatura a 60 anni, figurarsi a 67, mentre chi sta dietro alla scrivania può continuare a lavorare fino ad età avanzata. Non aver colto tali differenze facendo solo un ragionamento contabile, è stato un limite da cui adesso non si sa come uscirne, ma bisogna farlo come conferma la scelta del governo nel settore pubblico, dicendo implicitamente che si potrà andare in pensione un po’ prima. Ma se lo fai lì, lo devi fare anche per molte attività del settore privato. Non ultimo, il dramma degli esodati provocato sempre dalla Fornero, dove, per fortuna, grazie alla mobilitazione del sindacato e all’iniziativa legislativa del Pd, si sono trovate parte delle risposte. Adesso occorre fare il passo definitivo, e anche qui torna l’idea della flessibilità in uscita dal lavoro che potrebbe risolvere il problema per tutti coloro che stanno ancora nella triste condizione di non avere più un lavoro nè una pensione”.

Al Congresso di Rimini si parlerà anche di come rilanciare l’industria, dopo tanti anni di crisi. Secondo la Cgil, va incrementato l’intervento pubblico in economia in un’ottica di lungo periodo. Quindi, serve una nuova strategia di sistema. Ma se il governo dovesse indugiare su tale fronte, si può sperare in un ruolo attivo del Parlamento?
“Nella Commissione attività produttive della Camera che presiedo, attraverso audizioni e con forme di pressione nei confronti dell’impresa e del governo, abbiamo cercato di mettere un argine a un processo di crisi davvero profondo ed esteso. Quel che manca in Italia, prima ancora dell’intervento pubblico, è un’idea di sistema-paese. Ormai tutti ci spiegano, anche laddove il liberismo ha attecchito prima – vedi Inghilterra e Stati Uniti – che non ci può essere sviluppo senza un’industria di qualità, perchè poi ricerca ed export sono collegati ad essa. È da lì che bisogna ripartire, da come l’Italia possa difendere ed estendere la sua presenza nei settori manifatturieri, sia quelli vecchi sia quelli nuovi nel campo dei servizi. Quindi, l’intervento pubblico è essenziale, ma ancora prima una cultura politica che dica quali sono i punti fondamentali su cui sviluppare le eccellenze e il primato italiano. Perciò, bisogna evitare che si disperdano i patrimoni nazionali, creando invece le condizioni per un’industria capace di rinnovarsi, di fare investimenti ogni 6-7 anni, anzichè ogni 15. Quando si è creduto nel prodotto, quando si è fatta ricerca, quando si è incorporata tecnologia e si è fatto sistema attorno, le filiere industriali hanno resistito alla crisi. Malgrado il troppo tempo perduto in alcuni settori strategici, siamo ancora il secondo paese esportatore d’Europa e le nostre quote nel commercio mondiale stanno tenendo proprio per il tipo di scelte fatte da tante filiere produttive”.